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Comune preunitario di Valo di Nera, Vallo di Nera (Perugia), 1413 - 1860

  • Ente
  • Estremi cronologici: 1413 - 1860
  • Intestazioni:
    Comune preunitario di Valo di Nera, Vallo di Nera (Perugia), 1413 - 1860
  • Altre denominazioni: Comune preunitario di Vallo di Nera / Comunità di Vallo di Nera
  • Al centro del castello di Vallo di Nera si trova la casa della "Communitas Castrorum Valli, Paterni et Megianae... Lo stemma della comunità del 1700, racchiude nello scudo tre castelli confederati che, legalmente, solo nel 1885 [in realtà 1881] andarono a formare un unico comune, sede del quale fu Piedipaterno"(1).
    Ancora oggi Paterno e Meggiano insieme a Piedipaterno, sono frazioni di Vallo di Nera, centro principale dell'area e antico "Castrum Valli". Il paese situato in cima ad un colle, conserva caratteristiche di epoca medioevale: sembra infatti che le sue origini possano risalire al tredicesimo secolo, secondo quanto riportato in una pergamena citata da Achille Sansi in una sua opera del 1879 (2), se non addirittura ad epoca precedente.
    Già esisteva infatti nel dodicesimo secolo un "castrum" che però venne occupato e distrutto da Spoleto nel 1216. Il 23 settembre dell'anno successivo, il podestà Iacopo Capocci concesse agli uomini di Vallo di edificare un nuovo castello sul colle di Flezano o Flesano, ma solamente "ad honorem et reverentiam communis et civitatis Spoleti" (3). Il castello dovette cioè forzatamente accettare le imposizioni della città dominante a garanzia della propria salvaguardia.
    Vallo rimase nel corso dei secoli sostanzialmente fedele a Spoleto anche se in alcuni episodi di storia locale lo si vide partecipare con altre comunità a vere e proprie rivolte contro la città dominante.
    Nel corso del quattordicesimo secolo dodici castelli si unirono contro Spoleto sotto l'egida dell'Abbazia di San Pietro in Valle: nel sedicesimo secolo le rivolte vennero fomentate da Picozzo Brancaleoni e Petrone da Vallo; ma Spoleto confermò ripetutamente la propria supremazia su Vallo di Nera.
    Dai più antichi documenti si vede come la vita del castello di Vallo nel quindicesimo secolo fosse scossa da i numerosi conflitti sorti tra i castelli della Valdinarco. In particolare il documento più antico è copia di un "instrumentum" del 1413: un atto di "transactionis et pacis" tra il castello di Vallo e la comunità di Castel San Felice per la definizione dei propri confini. Nel 1421 Vallo entrò in causa con la Comunità di Mucciafora, allora distretto di Cascia per una lite destinata a protrarsi nel tempo: compare infatti di nuovo nelle carte del 1471, del 1554 e del 1570. In quest'ultimo anno con un atto di pace si ristabilirono definitivamente i confini.
    Numerose guerre, nuovi conflitti, episodi di banditismo caratterizzano la storia della comunità nel sedicesimo secolo. Alcuni documenti testimoniano l'esistenza di una banda di briganti con a capo un certo "Zuccarello", che seminò panico in tutto il territorio. Contro di lui intervenne nel 1573, monsignor Corrado Asinaro, rappresentante dell'autorità ecclesiastica.
    La banda di Petrone nel 1523 aveva infatti condotto una sanguinosa insurrezione contro l'esercito spoletino. Per sedare la rivolta venne inviato a Vallo il governatore pontificio di Spoleto Alfonso di Cordova. L'episodio si concluse con la morte del bandito e dell'inviato.
    Nello stesso anno, asceso al soglio pontificio, Clemente VII pose fine alle ostilità e ripristinò gli "antichi rapporti di fedele subordinazione dei castelli della Montagna alla città di Spoleto. Sedata la rivolta, anche il Comune di Vallo rientrò nell'orbita politico-amministrativa dello Stato ecclesiastico e del Comune di Spoleto. Tale status durerà fino al XIX secolo"(4), con la sola eccezione del dominio francese negli anni 1798-1799 e 1809-1814.
    Nel 1563 il pubblico e generale consiglio di Vallo di Nera approvò i "Volumina statutorum seu leges municipales communis hominum et universitatis castri Valli Vallis Narci. Districtus Magnifice civitatis Spoleti", statuto che, con aggiunte e modifiche, regolamentò la vita della comunità fino al 1796. L'originale manoscritto è conservato a Roma presso la Biblioteca del Senato (5). Si tratta probabilmente, come sostiene Giuseppe Guerrini (6), di una copia di uno statuto del XIV secolo andato disperso. A conferma di questo fatto, l'esame dei più antichi documenti, conservati presso l'archivio storico comunale di Vallo, testimonia l'esistenza di un'organizzazione finalizzata al funzionamento dell'attività amministrativa ed economica del Comune già nel quindicesimo secolo.
    Esaminando il testo del volume in oggetto risulta che l'organismo base della comunità era il "consiglio generale dei focolari", che di solito si riuniva nel palazzo comunale o nella piazza di Santa Maria previa "intimazione e bandimenti" eseguiti dal balivo. Il consiglio, a cui erano obbligati ad intervenire tutti gli uomini di età superiore a quattordici anni, aveva potere decisionale sulla vita amministrativa del Comune, curava il "rinnovo del bussolo", cioè provvedeva ogni cinque anni alla selezione dei candidati alle cariche amministrative, emanava leggi, nominava rappresentanti.
    Nel corso delle assemblee il "vicario o suo luogotenente leggeva le proposte, ed ognuno salendo il "parlatorium o arengario" poteva, per una sola volta, prendere la parola per discutere la proposta. Finiti gli interventi, essa veniva posta a votazione "ad bussulas et palluctas" oppure approvata pubblicamente o meno "levando vel sedendo" come avverte la rubr. 25 del I libro. Una volta approvata, aveva pieno valore come legge municipale come se già fosse stata scritta nel libro degli Statuti (I, rub. 26). Le riformanze, deliberate con due terzi di voti favorevoli diventavano leggi aggiunte agli Statuti. Nel consiglio, inoltre, venivano promulgate le sentenze sui malefizi e nelle cause civili"(7).
    Tre consiglieri eletti tra i membri del consiglio generale, formavano la piccola cernita che aveva potere esecutivo e coadiuvava il vicario nelle cause, con l'obbligo di mantenere il segreto d'ufficio. Per queste mansioni gli eletti venivano retribuiti.
    Anche il vicario, legale rappresentante della Comunità, veniva nominato dal consiglio generale che provvedeva ad estrarre il nominativo del designato, che avrebbe svolto tale incarico per sei mesi, da un bussolo contenente dieci brevi di pergamena con i nominativi selezionati e validi per cinque anni. Il vicario coadiuvava il podestà, ed era, per questo incarico, retribuito con cinque libre.
    Il podestà, maggiore autorità politica ed amministrativa, era invece forestiero, obbligatoriamente cittadino di Spoleto ed eletto dal consiglio di tale città. Gli abitanti del castello dovevano accoglierlo senza alcuna opposizione. Amministrava la giustizia, occupandosi di tutte le cause civili e di quelle criminali di minore importanza, e doveva avere particolare riguardo per le persone povere, i ragazzi, gli orfani, le vedove e gli ecclesiastici. Un notaio con funzioni di giudice ordinario e cancelliere coadiuvava il podestà e il vicario. "Le cause civili si svolgevano davanti al podestà, al vicario e al notaio nell'aula della curia del castello, oppure nella piazza di Porta maggiore o anche nella piazzetta della Portella. Esse riguardavano di solito debiti, inadempienza di pagamenti. Il baiulo comunale presentava nella casa dell'incriminato l'ingiunzione per due volte a presentarsi entro il termine stabilito. Non presentandosi neppure alla seconda citazione era dichiarato contumace e dopo dieci giorni il creditore era immesso nel possesso della tenuta cioè dei beni come garanzia del pagamento, beni mobili ed anche immobili secondo l'ammontare del debito. Ogni incolpato aveva diritto a chiedere l'ausilio dell'avvocato o "sapiens iuris" se si sentiva ingiustamente gravato in civili e criminali, previo deposito in mano del camerario, del salario ed onorario per il baiulo e l'avvocato richiesto (rub. 49). Ad ogni sentenza era ammesso l'appello in civili come criminali alla Curia del rettorato pontificio (rub. 50). La donna era considerata sempre minorenne e nullo era ogni suo contratto fatto senza la presenza del suo consorte e di due consanguinei (rub. 61), né poteva ereditare beni di famiglia vivente altro maschio pro "conservatione cyppi domus" (rub. 62)"(8).
    Oltre alla cernita e al vicario, l'assemblea generale dei focolari, ogni sei mesi, nominava numerosi altri ufficiali con precise mansioni. Vi era così un camerario o camerlengo, esattore del castello, che in quanto tale redigeva un libro di entrate e uscite e provvedeva ai pagamenti con il consenso del vicario. A partire dal 1655, saltuariamente l'incarico del camerlengo veniva svolto dal vicario secondo quanto risulta dalla lettura della serie dei registri omnibus o del vicario, riportati nell'inventario (9).
    Due baiuli o banditori preconizzavano cioè annunciavano consigli, bandi e citazioni alla popolazione.
    Tre sindaci, "adrationatores" o "ragionatores", curavano il recupero del denaro pubblico: collette, multe e cottimi non pagati, ma dovevano soprattutto controllare l'operato degli ufficiali sopramenzionati e dei viari, che in numero di quattro e per un anno, vigilavano sulle vie pubbliche a spese dei vicinali e dei guastatori.
    Ancora vi erano: due estimatori che presentavano ogni mese eventuali denunce di danni dati, per lo più problemi causati dal bestiame ai possedimenti altrui; due revisori degli acquedotti, che dovevano vigilare per un anno sugli stessi; sei "terminatores" o agrimensori, che si interessavano dei beni del Comune con particolare riguardo alle vie pubbliche; otto santesi, due per ogni chiesa, che vigilavano affinché i loro beni non venissero dilapidati (10); due pacieri dovevano impedire i litigi tra confinanti.
    Nel 1624 sorse una controversia a causa dei pascoli tra le comunità di Ponte e quella di Vallo: due pacieri vennero incaricati per ristabilire rapporti di pace tra le due comunità. Ancora controversie con Ponte si ebbero nel 1632 a causa di alcune tartufaie esistenti in un terreno donato in precedenza a Vallo.
    Per quanto riguarda la gestione economico amministrativa del Comune di Vallo, la documentazione, a partire dal diciassettesimo secolo, fornisce utili indicazioni relativamente alle entrate e uscite della Comunità. Oltre alle entrate ordinarie derivanti dalle imposte sulle persone, pro foco, pro bocca, pro capite, sui beni immobili, pro libra, sugli animali, pro bestia caprina, pecorina etc..., la Comunità aveva il monopolio di alcuni generi e servizi pubblici che anziché gestire in proprio, era solita dare in appalto dietro corresponsione di un canone annuo. Tra questi vanno indicati: il forno, la cenciaria, la montagna, la canapina, le tartufaie, il macello, l'osteria. L'appalto doveva essere assegnato mediante asta pubblica. Come tutte le altre comunità dello Stato pontificio, anche Vallo di Nera riscuoteva le gabelle dirette alla Reverenda Camera Apostolica. Tra le uscite sostenute dalla Comunità vanno menzionate, oltre a quelle di normale amministrazione come i salari degli ufficiali, rimborsi di spese per i viaggi, cera alla Madonna etc..., anche quelle delle spese straordinarie. E' questo il caso attestato da una lettera del 1605, in virtù della quale il cardinale Visconti concesse alla Comunità di Vallo di "potersi obbligare fino alla somma di 100 scudi" per il restauro del Monastero di Santa Caterina. La Comunità aveva altresì l'obbligo di provvedere abitualmente con la raccolta annuale di una sufficiente quantità di grano, vino, legna, olio e formaggio al necessario mantenimento delle monache di quel convento.
    Per il culto risultavano a carico della Comunità l'obbligo di provvedere alla fornitura di ceri per la chiesa parrocchiale e per la Madonna di Spoleto; nonché alla decima per il curato consistente in quattordici coppe di grano.
    Tra le spese sostenute è da annoverare "il regalo" inviato nel 1683 al Duca Cesi di Acquasparta. L'arenga generale aveva disposto infatti perché venisse offerto il solito regalo: venti prosciutti, per ringraziare l'autorevole famiglia Cesi della protezione elargita.
    Per far fronte ad eventi eccezionali quali guerre, terremoti, pestilenze, spese militari impreviste, lo Stato pontificio imponeva tasse straordinarie alle Comunità: nel 1630, la tassa sul macinato; nel 1730 altre tasse per il mantenimento delle truppe di passaggio; nel 1749 nuova tassa di due milioni di scudi per il finanziamento di spese militari, tassa ripartita fra tutti i comuni dello Stato ecclesiastico, in vigore per sette anni, prevedeva pagamenti semestrali.
    Un cenno a parte merita il sale che costituì una delle fonti di entrata più antiche per l'erario pontificio, dovendo ogni Comunità fare rifornimento a proprie spese di una determinata quantità di prodotto una volta all'anno. Per Vallo di Nera il rifornimento veniva fatto ad Otricoli ed il sale giungeva in paese su carrozze speciali. Qui gli amministratori comunali provvedevano alla sua distribuzione e al ritiro della tassa dovuta.
    Alla fine del Settecento la rivoluzione francese scosse profondamente l'Ancién Regime e, al seguito di Napoleone, le idee rivoluzionarie si diffusero in tutta Europa, minacciando gli antichi ordinamenti politici ed istituzionali. Così, nonostante lo Stato pontificio cercasse di adottare provvedimenti cautelativi, al termine della campagna napoleonica in Italia, il 15 febbraio 1798, venne proclamata la Repubblica romana.
    Per un primo breve periodo, 1798-1799, il potere temporale dello Stato pontificio fu abbattuto e sostanziali cambiamenti investirono anche l'Umbria. A Roma, il 3 marzo 1798, i deputati dei vari territori deliberarono la divisione definitiva della Repubblica romana in otto dipartimenti e designarono i capoluoghi e i relativi commissari:
    Spoleto divenne sede dell'amministrazione centrale del Dipartimento del Clitunno, poi diviso in diciassette cantoni, suddivisi a loro volta in municipalità (22 marzo 1798 o 2 germile anno 6°) (11).
    Il Cantone di Spoleto fu ulteriormente diviso in due: territorio urbano comprendente la città e i suoi sobborghi; territorio rurale con giurisdizione amministrativa su quaranta comuni, prevalentemente di montagna. Tra questi figura anche Vallo di Nera, che essendo un comune con meno di diecimila abitanti, vide, secondo quanto la Repubblica prevedeva, la designazione di un edile, nella fattispecie Sante Santini, come rappresentante della municipalità di Vallo, Piedipaterno, Geppa e Grotti nell'amministrazione del Cantone rurale che aveva sede a San Giacomo di Spoleto.
    Un anno più tardi il territorio di Spoleto venne scosso da nuovi disordini.
    "Il 10 agosto 1799, dopo il ritiro dell'esercito francese e l'arrivo delle truppe dell'Amministrazione provvisoria austriaca bande di insorti della Valnerina [fecero] il loro ingresso a Spoleto a seguito del "generalissimo" Ludovico Cipriani di Norcia" (12).
    Il 26 giugno 1800, sedate le rivolte, "l'imperatore austriaco Francesco II d'Asburgo-Lorena fece cessione formale dello Stato alla Santa Sede. Il governo provvisorio durò fino al 30 ottobre 1800: con il 1° novembre fu ripresa l'amministrazione ordinaria e furono ripristinate le normali magistrature. Spoleto pontificia divenne residenza delegazionale per la giurisdizione di Spoleto, con il resto dell'Umbria e Sabina, e vi si avvicendarono due amministrazioni, quella tenuta da monsignor Baldassare Caracciolo dei principi di Santobono (agosto 1800-1802) e quella di monsignor Alessandro Macedonio (settembre 1802-1808)" (13).
    Nell'agosto del 1809 ritornò di nuovo l'esercito francese e l'Umbria divenne parte integrante dell'impero napoleonico assumendo la denominazione di Dipartimento del Trasimeno.
    Dal 1809 al 1814 le comunità di Vallo, Meggiano, Paterno, Geppa fecero nuovamente parte del Cantone rurale di Spoleto.
    Dopo il crollo dell'impero napoleonico e la Restaurazione, il Comune di Vallo subì varie vicende amministrative: nel 1816 fu "appodiato" al Comune di Spoleto insieme a Meggiano e Paterno; nel 1817 facevano parte del Comune di Spoleto Geppa, non menzionata nel 1816, e ancora Vallo, mentre Meggiano e Paterno risultavano "appodiati" al Comune di Campello sul Clitunno, nel territorio di Trevi.
    Nel 1827, in seguito al riassetto territoriale e alla riforma amministrativa dello Stato pontificio, la città di Spoleto divenne anche sede del governatorato da cui dipendevano cinque comunità podestarili: una, unica, nella Val di Narco con sede a Santa Anatolia. In questo periodo Vallo di Nera risulta comune "appodiato" della Comunità podestarile di Santa Anatolia di Narco.
    Dal 1833 all'Unità, Meggiano e Paterno costituirono un comune a parte, come Piedipaterno, e ancora Vallo con Geppa: questi tre comuni erano soggetti come Santa Anatolia di Narco al governatore di Spoleto.

    (1) A. FABBI, Storia dei comuni della Valnerina, Assisi, 1976, p. 377.
    (2) A. SANSI, Documenti inediti in sussidio allo studio delle memorie umbre raccolti e pubblicati a cura di Achille Sansi, Foligno, 1879, parte prima, pp. 230-233.
    (3) A. FABBI, op. cit., pp. 373-377.
    (4) AA.VV., Vallo di Nera e il suo territorio, Terni, 1994, p. 21.
    (5) P. BIANCIARDI - M. G. NICO OTTAVIANI, Repertorio degli statuti comunali umbri, Spoleto, 1992, (Quaderni del "Centro per il collegamento degli studi medievali e umanistici nell'Umbria", 28), pp. 289-290.
    (6) G. GUERRINI, Repertorio degli statuti delle comunità del territorio di Spoleto - Vallo di Nera In AA. VV., Item ordinamus... Statuti e società nel territorio di Spoleto (secoli 8XIII-XVI), Spoleto, 1997, p.113.
    (7) G. GUERRINI, op. cit., pp. 110-111.
    (8) G. GUERRINI, op. cit., p. 113.
    (9) fondo Comune preunitario di Vallo di Nera, Registri omnibus, nn. 51-234.
    (10) A Vallo di Nera erano e sono presenti le chiese di "S. Giovanni, S. Maria, S. Caterina e S Antonio. Il comune aveva il dovere di offrire due ceri di 5 libre di denari per la festa del patrono e per l'Assunta alla chiesa di S. Maria" cfr. G. GUERRINI, op. cit., p. 112.
    (11) ARCHIVIO DI STATO DI ROMA, L'archivio della S. Congregazione del Buon Governo (1592-1847). Inventario, Roma,1956, pp. LXXXVIII-XC.
    (12) AA.VV., op. cit., p. 288.
    (13) U. SANTI, E. FORTUNATO, Spoleto nell'età rivoluzionaria e napoleonica (1789-1815). con un discorso di Mario Barchi sul bicentenario della Rivoluzione, Spoleto, 1989, pp. 187-188.



  • Redazione e revisione:
    Zucchetti Patrizia, 01/01/1997, ordinamento e inventariazione / Sampaolo Maria Serena, 01/01/1997, ordinamento e inventariazione