La città di Ferrara ha conosciuto - unica tra l'Emilia e la Romagna - una costante presenza ebraica, dal Medioevo fino all'età contemporanea. Se le prime notizie documentarie testimoniano della residenza di un "Sabatinus iudeus" già nel 1227, è fra Trecento e Quattrocento che la consistenza di una comunità distribuita in tutta la città va costantemente crescendo, forte del sostanziale appoggio riconosciuto alla presenza ebraica dalla signoria estense; fin dal 1481 Ercole I d'Este concesse a Samuele Melli di acquistare gli edifici da trasformare ad uso di sinagoga, che sono ancor oggi sede della moderna Comunità e delle tre sinagoghe superstiti, quella di rito italiano, quella di rito tedesco e l'oratorio fanese; ma soprattutto risultò strategico il favore accordato all'insediamento degli ebrei sefarditi cacciati dalla Spagna nel 1492 e degli ebrei ashkenaziti cacciati a più riprese da tutta l'Europa orientale.
A seguito di questa politica di lungimirante apertura la comunità ebraica ferrarese poté raggiungere una consistenza stimata in circa 2.000 persone su 30.000 abitanti dell'intera città, e costituire un punto di riferimento floridissimo tanto sul piano strettamente economico quanto sul piano culturale (con illustri medici, pensatori, tipografi, e finanche con diversi docenti dello Studio cittadino espressi dalla comunità ebraica di Ferrara). Tuttavia questa situazione era destinata a mutare dopo che nel 1597, con l'estinguersi della linea diretta della casa d'Este, Ferrara fu devoluta alla Santa Sede: se pure fu consentito agli Ebrei di continuare a risiedere in città, cominciò la sottomissione alla più stretta discriminazione prevista nello Stato ecclesiastico, sancita visibilmente nel 1627 con la creazione del ghetto.
I portoni del ghetto ferrarese furono abbattuti una prima volta nel 1796, con la prima emancipazione rivoluzionaria, e - dopo la prima Restaurazione - nel 1848; ma soltanto all'atto dell'Unità d'Italia cessò la discriminazione e la Comunità ebraica ferrarese si costituì in "Università israelitica" ai sensi della Legge n. 2325 del 4 Luglio 1857 sulle Università israelitiche ("Legge Rattazzi"), divenendo una delle comunità alla guida della rinascita morale e materiale dell'ebraismo italiano (fu a Ferrara che nel 1863 si tenne il primo convegno delle comunità israelitiche italiane) e un luogo di piena e assoluta integrazione nella vita economica, culturale e politica di Ferrara, con gli Ebrei ferraresi presenti nell'economia, nella cultura e nella politica cittadina ai massimi livelli (con casi eclatanti come quello di Renzo Ravenna, il "podestà ebreo" assai vicino al "ras" dello squadrismo fascista ferrarese Italo Balbo e "dimissionato" nel 1938) e con la comunità che assunse il nuovo profilo giuridico previsto dal R. D. 30 ottobre 1930 n. 1731, con cui fu riconosciuta come una delle 26 "comunità metropolitane", unendo a sé (dopo che nel 1902 vi era già stata aggregata la comunità di Cento) anche la comunità di Lugo di Romagna.
Se già la promulgazione delle sempre più stringenti leggi antisemite avviate dal regime fascista a partire dal 1938 colpì violentemente la compagine degli Ebrei di Ferrara, spingendone molti membri all'emigrazione, dopo l'8 settembre 1943 la Repubblica Sociale Italiana si applicò alla spoliazione sistematica del patrimonio mobile e immobile e all'attuazione del progetto nazista di deportazione e di sterminio, a seguito del quale la Comunità ebraica ferrarese pagò il tributo altissimo di circa un centinaio di vittime. Soltanto dopo la Liberazione del 21-22 aprile 1945 poté cominciare la faticosa opera di ripresa umana, patrimoniale, amministrativa della Comunità.
Redazione e revisione:
Angiolini Enrico, 01/02/2010, riordino e inventariazione
Bibliografia:
P. RAVENNA, Il sequestro dei beni delle sinagoghe e altre notizie sulla Comunità ebraica di Ferrara dal 1943 al 1945, "La rassegna mensile di Israel", a. LXIX, n. 2 (2003), pp. 528-570