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Comune preunitario di Sant'Anatolia di Narco, Sant'Anatolia di Narco (Perugia), 1315 - 1860

  • Ente
  • Estremi cronologici: 1315 - 1860
  • Intestazioni:
    Comune preunitario di Sant'Anatolia di Narco, Sant'Anatolia di Narco (Perugia), 1315 - 1860
  • Altre denominazioni: Comune preunitario di Sant'Anatolia di Narco
  • Sant'Anatolia di Narco è un paese della Valdinarca, oggi Valnerina, la valle scavata dall'antico fiume Nar (Nera); questa denominazione secondo alcuni storici trae le sue origini dai Naharci, popolo di origine sabina, che oltre 2000 anni fa abitarono la valle.
    Altre ipotesi si riferiscono alla presenza nel territorio dei monaci siriaci, infine al nome di uno dei quattro nobili francesi, Narco, che dopo la conquista della Valnerina, fece edificare Castel San Felice di Narco (1) .
    Tale insediamento, sorto quindi su un terrazzo fluviale, si trova alle pendici del massiccio montuoso dominato dal monte Coscerno, al centro della Val di Narco in un'interessante area archeologica con testimonianze proto-italiche.
    Nel 1884 l'archeologo Giuseppe Sordini ha riportato alla luce nei pressi di Sant'Anatolia un'importante necropoli dell'VIII-IX secolo a.C., assimilabile nella tipologia e nel corredo funerario ad altre necropoli coeve dell'Umbria sud-orientale (2).
    Lo storico Bernardino Campello riferisce che il duca di Spoleto Corrado di Hurslingen, vicario imperiale, nel 1195 aveva edificato in un poggio sulla riva sinistra del Nera un forte e grosso castello col nome di Narco (3). Il castello di Narco, eretto a capo e centro degli altri luoghi soggetti della Valdinarca, assume dopo la distruzione e la riedificazione operata dagli spoletini agli inizi del XIII secolo la denominazione di Sant'Anatolia (4).
    Nel periodo altomedievale l'agiografia mistica esalta questa santa: i benedettini ne diffondono il culto in Valnerina (5).
    Il castello di Narco divenne nel medioevo strategicamente importante: conteso fra i duchi ed il Comune di Spoleto, fra questo e il papato; fra il XII e il XIII secolo si è trovato al centro di opposte tendenze egemoniche (6). Agli inizi del XIII secolo il "castrum Sancte Anatholie" passa definitivamente sotto la giurisdizione del Comune di Spoleto e del governatore pontificio e diviene sede di podesteria spoletina. Nel 1338 la ventata ghibellina di Federico di Urbino coinvolse anche i castelli della Valdinarca, che si ribellarono al Comune di Spoleto.
    Spoleto guelfa chiese allora ai castelli, che erano già stati suoi ( Sant'Anatolia, Grotti, Caso, Gavelli, Castel San Felice, Vallo ecc..), di rinnovare la sudditanza. Essi non accettarono e il Comune di Spoleto li condannò in contumacia. Spoleto intentò causa presso la curia ducale, causa che fu risolta sotto la loggia del Comune di Montefalco, dove risiedeva allora la corte, con l'assoluzione dei castelli e il riconoscimento del mero e misto impero.
    I castelli di Orsano, Sellano, Acera, Paterno, Vallo della Valle di Narco, San Felice, Geppa, Grotti, Sant'Anatolia, Scheggino, Montefranco e Spina si appellano contro la sentenza del podestà di Spoleto, Giovanni dei marchesi di Santa Maria, pronunciata tra la fine del 1337 e gli inizi del 1338, con la quale i castelli erano stati condannati alla pena di 500 lire poiché non avevano accettato di essere assoggettati al Comune di Spoleto, non riconoscendo la validità dello statuto del medesimo comune secondo il quale i castelli dovevano assoggettarsi ai tribunali civili e penali di Spoleto.
    I castelli affermarono che da tempo immemorabile amministravano la giustizia sia civile sia penale ed avevano autonomia deliberativa, amministrativa ed economica (7).
    Nei secoli XIV, XV e XVI il castello-Comune di Sant'Anatolia è coinvolto in contese territoriali con le vicine comunità di Caso e Scheggino. Le frequenti controversie con Scheggino assumono una connotazione politica: il Comune di Scheggino ha tradizioni guelfe e filospoletine, mentre a Santa Anatolia sopravvive lo spirito ghibellino dell'antico castello di Narco distrutto dagli spoletini (8).
    All'inizio del 1522 i banditi Picozzo Brancaleoni e Petrone da Vallo, castello che si era di nuovo ribellato a Spoleto, coinvolsero anche Sant'Anatolia nella rivolta. Tutto si concluse nel 1523 con le soldatesche degli Orsini che giunsero in Valdinarca e misero a ferro e fuoco Sant'Anatolia uccidendo alcuni presunti ribelli che avevano seguito i banditi di Vallo (9).
    Nello stemma comunale del sec. XV è simboleggiata la soggezione di Sant'Anatolia a Spoleto, infatti è presente l'emblema di Spoleto (san Ponziano a cavallo) e quello locale (la vergine martire Anatolia).
    Lo statuto comunale tardomedievale di Sant'Anatolia risale al 1551(10) e reca l'intestazione "Statuti di Santa Anatolia di Narco, Spoleto - Perugia". Esso si divide in 5 libri, a loro volta suddivisi in 162 capitoli:
    1) De Officialibus (de regimine)
    2) De Causis Civilibus
    3) De Causis Criminalibus
    4) De Damnis Datis
    5) De Extraordinariis
    In base allo Statuto, Sant'Anatolia doveva inviare al Comune di Spoleto, annualmente, gli statuti e le riformanze, per essere controllati e approvati.
    Base del governo era il consiglio generale o arenga; questa si svolgeva nel palazzo comunale, vi dovevano partecipare, oltre agli ufficiali, ogni capofamiglia del castello; chiunque convocato non fosse stato presente, veniva pontato e pagava la relativa multa.
    Gli ufficiali più importanti erano:
    -Il podestà, forestiero, quasi sempre di Spoleto, durava in carica sei mesi, doveva esercitare con rettitudine il proprio incarico, mantenere la pace tra gli uomini, custodire, salvare, accrescere e mai diminuire tutto quello che poteva essere utile al castello. Aveva, inoltre, il compito di custodire le chiese, assistere gli ordini religiosi, le vedove, gli orfani, le persone bisognose. Ad esso pervenivano tutte le entrate e le uscite del comune; infine aveva libero arbitrio per le cause civili, i danni dati e gli straordinari.
    -Il vicario (nativo del castello) durava in carica un anno, doveva: far giurare tutti e singolarmente gli ufficiali entro otto giorni dalla loro elezione, seguire i dettami della giurisdizione di Spoleto, rispettare le costituzioni della santa romana Chiesa. Aveva potere giudiziario nelle cause civili e penali come il Podestà, seguendo sempre quanto previsto dai patti stipulati tra il Comune di Spoleto ed il castello di Sant'Anatolia.
    -La cernita, cioè la giunta, era costituita da tre consiglieri.
    Il Camerario ( l'esattore ) che aveva il compito di far scrivere al notaio tutte le entrate e le uscite del comune, ogni due mesi doveva far vistare il libro della contabilità al vicario.
    -Il balivo (messo comunale) doveva fare citazioni per le cause civili e penali, secondo gli ordini del vicario e del podestà e preparare i bandi e i sequestri dei beni.
    -Gli estimatori dei danni dati dovevano vigilare e stimare l'entità dei danni, sia quelli causati manualmente, sia quelli causati dalle bestie; le loro relazioni dovevano essere scritte dal notaio.
    -I terminatori venivano scelti dal vicario e dal consiglio. Essi erano quasi sempre due, a volte tre; entro due mesi dalla loro nomina, dovevano delimitare e poi vigilare le vie pubbliche e vicinali.
    -I sindaci revisori avevano il compito di rivedere i conti, controllare che tutti i pagamenti delle tasse e tutte le uscite del comune fossero state fatte correttamente secondo le leggi dello statuto.
    -I viari erano eletti dal vicario e dal consiglio, dovevano andare una volta al mese per le vie e le strade di tutto il territorio del comune a controllare che fossero state tenute in buono stato e i lavori eseguiti bene. Le strade dovevano essere larghe almeno 5 pertiche.
    -I custodi, in tutto sei, avevano i seguenti compiti:due di loro venivano destinati al controllo dei monti, gli altri quattro vigilavano sul territorio; inoltre dovevano denunciare, anche senza testimoni, i danni arrecati sia dagli abitanti sia dai forestieri, alle piantagioni e al pascolo.
    -Il capitano doveva occuparsi e poi dirigere tutti i lavori riguardanti le opere da fare nel territorio comunale, quali le strade importanti, come quelle che portavano al monte Coscerno e a Spoleto e i lavori lungo il fiume Nera.
    -I santesi: per ogni chiesa del castello (Santa Maria della Plebe, Santa Maria delle Grazie, Santa Maria della Neve, Ospedale e Chiesa di Sant'Antonio) venivano eletti due santesi; essi dovevano salvaguardare tutti i beni delle chiese
    -Il giudice, uomo esperto di diritto.
    Il notaio cancelliere aveva il compito di tenere, durante il suo mandato, un libro nel quale doveva scrivere tutto quello che riguardava gli ufficiali del Comune, le leggi, i decreti, gli ordinamenti, le riformanze. Doveva inoltre compilare un libro in cui si dovevano riportare tutte le entrate e le uscite del Comune, i danni dati, i pegni, le cause civili, le cause penali, le cause straordinarie.
    Nello statuto si può leggere quanta importanza veniva data al senso religioso: numerose erano le festività; i santesi venivano scelti dall'arenga; durante le cerimonie religiose ovunque si doveva parlare a voce bassa e tutte le attività commerciali e dovevano restare chiusi. Il comune dava per ogni festività una precisa offerta.
    Nel castello vi era un convento dei Minori Osservanti annesso alla chiesa di Santa Croce, questa struttura conventuale è sorta all'esterno del castello di Sant'Anatolia, lungo il percorso medievale di collegamento con Scheggino attraverso l'antico insediamento di Pozzano.
    L'edificazione della chiesa risale al Duecento o al Trecento, come lasciano supporre alcuni superstiti elementi architettonici: il campanile a vela, tipico di molte chiese romaniche del territorio spoletino, sembra avvalorare tale datazione.
    Il convento annesso ospitava oltre ai Minori Osservanti anche il Terzo Ordine francescano. Vi era anche un oratorio di Sant'Antonio con il sodalizio dei Mulari: così riferisce Ansano Fabbi nella sua storia della Valnerina (11).
    Secondo lo storico folignate del XVII secolo Lodovico Jacobilli, qui è vissuta una beata Cristina, terziaria francescana, emula delle virtù della santa omonima martirizzata nel III secolo. "Beata Cristina da S. Croce - scrive Jacobilli - fu di gran santità del Terz'Ordine di S. Francesco. Morì in Valliferio o Valle Narco di Spoleto il 10 marzo del 1360" (12)
    Lo storico irlandese Lukas Wadding ricorda la beata Cristina da Santa Croce nei suoi annali (13).
    L'intero complesso ha subito un radicale rifacimento nel XVII secolo.
    Un documento ecclesiastico del 5 aprile 1610 (pontificato di Paolo V), firmato da Giacomo Vaccaroni, canonico e camerario lateranense, fornisce interessanti notizie sulla chiesa e sul convento di Santa Croce, sorti "in solo et fundo lateranensi".
    Il capitolo della basilica di San Giovanni in Laterano, aderendo ad una supplica di Cesare Cardini, oriundo di Sant'Anatolia di Narco e procuratore romano, concede con atto formale la facoltà di restaurare e "in bonum et decentem statum reducere" la chiesa di Santa Croce di Valdinarco, allo scopo di consentire ad alcuni frati francescani di celebrarvi la messa, confessare e predicare per utilità e salute delle anime di quel luogo e di quelli circonvicini (14).
    Da tali documentate asserzioni si arguisce che ai primi del Seicento la chiesa di Santa Croce era in condizioni fatiscenti e in stato di abbandono.
    In tale documento è espresso l'obbligo per Cesare Cardini di provvedere a proprie spese e col patrocinio di Alessandro Borgia, vescovo di Borgo San Sepolcro, alla manutenzione e alla conservazione di questo edificio religioso.
    Con l'atto capitolare del 1610 la basilica lateranense si riserva la "solita giurisdizione" e tutti i diritti di proprietà sui beni e sui proventi della chiesa di Santa Croce, obbligata alla corresponsione di un censo annuo perpetuo (una libbra di cera bianca). In tale documento è previsto inoltre il rinnovo quindicennale di detta concessione da parte del capitolo lateranense.
    Nel 1610 viene pertanto formalizzata la dipendenza giurisdizionale e censuaria della chiesa di Santa Croce in Valdinarco dalla Basilica del Laterano. Nel succitato documento è espresso infine l'obbligo di apporre all'esterno, sopra la porta della chiesa, le insegne lateranensi e, all'interno, una lapide commemorativa di tale concessione.
    Nel 1712 monsignor Giacinto Lascaris, vescovo di Spoleto, compie una visita pastorale alla chiesa di Santa Croce e alla comunità conventuale dei Minori Osservanti, ancora presenti a Santa Anatolia (15).
    Non si hanno notizie documentate sulle vicende storiche che hanno portato alla sconsacrazione della chiesa di Santa Croce e alla chiusura definitiva dell'annesso convento francescano: è presumibile che ciò sia avvenuto dopo il 1860 e la fine dello Stato della Chiesa, per effetto della legislazione del nuovo Stato unitario e del relativo incameramento di molti beni ecclesiastici, divenuti patrimonio del demanio pubblico (16) . Tornando alle norme statutarie concernenti ora, la vita lavorativa della gente del castello, è documentato che molte riguardavano la vita agricola e stabilivano le date di fienagione del monte Coscerno; erano in affitto: il pascolo, il molino, il macello e l'ospedale (di Sant'Antonio). Anche l'igiene pubblica era regolamentata e le misure legali erano quelle del Comune di Spoleto.
    Sant'Anatolia e gli altri comuni della Val di Narco restarono sostanzialmente fedeli a Spoleto e alla Chiesa fino al 1798.
    Nel 1799, dopo il crollo del regime pontificio e l'instaurazione della Repubblica romana d'ispirazione giacobina, divampa nella Val di Narco una rivolta antifrancese e antirepubblicana: bande di insorgenti compiono incursioni armate e si scontrano con milizie francesi. Bernardo Latini e Luigi Medei di Castel San Felice di Narco capeggiano una banda di insorti. Il parroco di Sant'Anatolia, Talentoni, accusato di operare contro la Repubblica dall'edile Branca, viene arrestato dai giacobini e rinchiuso nella rocca di Spoleto (17).
    Dal 1809 al 1814 il Comune di Sant'Anatolia fa parte del Cantone rurale di Spoleto, divenuta capoluogo del dipartimento del Trasimeno annesso all'impero napoleonico.
    Nel periodo della restaurazione pontificia il Comune di Sant'Anatolia assume un ruolo preminente fra i comuni della Val di Narco: nel 1827 Caso, Gavelli, Monte San Vito, Civitella diventano comunità appodiate di Santa Anatolia, sede podestarile. Nel 1860 avviene l'annessione al Regno d'Italia.


    (1) M.TABARRINI, L'Umbria si racconta. Dizionario P-Z, Foligno, 1982, pp. 297-299.
    (2) Fra i molteplici reperti sono di rilevante interesse uno scudo databile all'VIII secolo, una kylix (coppa per libagioni) ed una oinokoe (brocca per il vino, ora ad Oxford) riferibili all'arte arcaica greca. Parte del materiale rinvenuto si trova attualmente nei musei archeologici di Perugia e Firenze. Presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie, non lontana dall'area archeologica, sono state rinvenute due epigrafi funerarie di epoca romana che attestano l'antichità e la continuità di questo insediamento, cfr. L.FAUSTI e AA. VV., Castelli e ville dell'antico contado e distretto di Spoleto, Vol. II, Perugia, 1993, p. 82.
    (3) B. CAMPELLO, Delle Historie di Spoleti, Spoleto 1672 (Dattiloscritto della Biblioteca comunale di Spoleto)
    (4) A. SANSI, Storia del comune di Spoleto dal sec. XII al sec. XVII, Parte I°, pp. 25 ss., 45 ss.
    (5) Anatolia Callistene, discendeva dalla nobile famiglia romana Anicia Frangipane e fu martirizzata nel 251 insieme alla sorella Vittoria; la sua festa cade il 9 luglio. Della sua bellezza si sarebbe invaghito il nobile Tito Aurelio. Lei, votata già a Dio, prese tempo adducendo come pretesto l'infermità, per poter distribuire intanto tutti i suoi beni ai poveri; convinse anche la sorella Vittoria al voto della verginità. I promessi sposi (quello di Vittoria era il nobile Eugenino) le fecero esiliare nella loro tenuta di Tora a 5 miglia da Rieti, per averle in loro possesso. Le due sorelle convertirono molti alla nuova religione. Per prima fu martirizzata Vittoria, trafitta da spada. Anatolia si sarebbe ritirata presso Camerino (Esanatoglia) ed il Prefetto delle Marche Faustiniano la fece condurre a Tora. Il carnefice Audace si convertì, fu battezzato e divenne martire con la dacapitazione. Anatolia fu tormentata da fiaccole, poi trapassata dalla spada. Il culto si diffuse allora molto in Umbria: Jacobilli ricorda il villaggio di Santa Anatolia di Narco, Santa Anatolia di Cascia e un altro scomparso presso Ancarano. Il corpo sarebbe stato trasportato nel 932 allo Speco di Subiaco; cfr. A. FABBI, Storia dei comuni della Valnerina, Assisi, 1977, p. 316.
    (6) S. CECCARONI, Nascita del comune di Spoleto e sua espansione territoriale fino alla metà del XIII sec., edizione Ente Rocca di Spoleto (1982), pp. 16 ss., 25 ss., 34 ss., 44 ss., 47 ss.
    (7) Comune preunitario di Santa Anatolia di Narco, Registri del vicario, reg. 13; ibid. Diplomatico, perg. 6/1- 6/4, 7, 7/13.
    (8) P. DE ANGELIS, Il Castello e il Comune di Scheggino, Roma, 1920, pp. 15 ss.
    (9) AA.VV., Vallo di Nera e il suo territorio, Arti grafiche Celori, Terni, 1994, pp. 21 ss.
    (10) I testi originali dello statuto e delle riformanze (1552-1798) sono conservati presso l'Archivio di Stato di Roma; per notizie più dettagliate si rimanda all'introduzione archivistica del fondo.
    (11) A. FABBI, Storia dei comuni della Valnerina, Assisi, 1976, p. 338.
    (12) L. JACOBILLI, Vita dei Santi e Beati dell'Umbria, Foligno 1661, Tomo III, p. 393.
    (13) L. WADDING, Annales Ordinis Minorum (1625-1654).
    (14) L'originale di tale documento è conservato attualmente dalla famiglia di Renato Cardini, discendente di Cesare Cardini.
    (15) AA.VV. L'UMBRIA, Manuali per il territorio: La Valnerina, il Nursino, il Casciano, Spoleto, 1977, p. 106.
    (16) La struttura dell'ex-convento è stata utilizzata successivamente, fino a pochi decenni fa, come sede della caserma dei Carabinieri. Nel 1979 il vano della ex-chiesa di Santa Croce è stato restaurato a cura dell'Amministrazione comunale di Santa Anatolia di Narco e trasformato in una sala convegni: questa struttura è stata intitolata ai fratelli Campani, oriundi di Castel San Felice (attualmente frazione di Santa Anatolia di Narco) e vissuti a Roma nel Seicento, rinomati orologiai, ideatori e costruttori di strumenti ottici di precisione.
    I locali della restante struttura conventuale, saranno destinati per la realizzazione di un museo dei filati e dei tessuti della Valnerina, con particolare riferimento al ciclo completo della lavorazione e tessitura della canapa, come da progetto in corso di redazione, da parte dell'Amministrazione comunale di Santa Anatolia di Narco e del CEDRAV (Centro Regionale Umbro di Documentazione e Ricerca Antropologica in Valnerina e dorsale appenninica umbra).
    (17) U. SANTI, E. FORTUNATO, Spoleto nell'età rivoluzionaria e napoleonica, Accademia Spoletina, 1989, pp.109 e seguenti.
  • Redazione e revisione:
    Tedeschi Paola, 01/01/1996, ordinamento e inventariazione / Fibraroli Antonella, 10/10/1996, ordinamento e inventariazione